…se ne apre un’altra.

Così recita il famosissimo detto di Alexander Bell, l’inventore e scienziato passato alla storia per aver brevettato il primo telefono funzionante.

In realtà, quella che è diventata un’espressione popolare anche in italiano continua diversamente – e per la precisione, in italiano è diventata “chiusa una porta, si apre un portone”:

When one door closes another door opens; but we often look so long and so regretfully upon the closed door that we do not see the ones which open for us. (Alexander Graham Bell)

Quando si chiude una porta, se ne apre un’altra; ma spesso guardiamo così a lungo e con così tanto rammarico alla porta chiusa da non vedere quelle che ci si aprono davanti (traduzione libera mia).

E in questo periodo di porte chiuse ne sto vedendo tantissime, metaforicamente e non. Il Covid-19 ha avuto – e sta tuttora avendo – conseguenze devastanti per l’economia mondiale, ma in particolare l’Italia sta risentendo moltissimo dell’arresto quasi totale e forzato dell’economia durante gli ultimi mesi.

Oggi voglio fare un’ode alla vulnerabilità, alla salute mentale e al fare i conti con il fatto che sì, magari ora le cose non vanno alla grande, ma c’è da tenere duro. Ritengo sia importante dire le cose come stanno e non cedere alla tentazione di piangersi addosso, o peggio ancora di diventare succubi della positività tossica tendente al negazionismo. Andrà tutto bene? Boh, non lo so. Forse andrà meno peggio del previsto, e a me tanto basterebbe.

Le persone hanno ancora paura, si esce ancora poco, tante attività commerciali stanno facendo fatica ad andare avanti. Per moltissimi liberi professionisti, quest’emergenza sanitaria ha significato un sostanziale o addirittura totale crollo del lavoro: penso al mio settore, ma anche al mondo degli eventi e al turismo.

La situazione è difficile, e nonostante durante i primi mesi di lockdown il lavoro non mi sia mancato, le ultime settimane sono state più silenti da questo punto di vista. Inizialmente è stato divertente, non lo nego. Ma da qualche giorno a questa parte inizio ad avere un formicolio nelle dita e sento la mancanza di immergermi nel lavoro come prima. E, di fatto, un po’ di paura ce l’ho anch’io.

Credo fermamente nel mantenere la calma e l’ottimismo, nonostante siano circa due settimane che dalle mie parti non fa che piovere – e questo non aiuta – e la situazione sia oggettivamente difficile. Tuttavia, se c’è qualcosa che questa pandemia ci ha insegnato è che, volenti o nolenti, viviamo in un mondo intrinsecamente interconnesso e globalizzato.

Ci sarà sempre bisogno di noi interpreti e traduttori, ci sarà sempre bisogno della nostra voce, delle nostre parole e del nostro agire come ponte di connessione fra culture e lingue diverse. Tant’è che molte attività si sono attrezzate per lavorare con la simultanea da remoto, esperienza che io stessa ho fatto durante la quarantena.

So che la situazione è difficile per tanti altri colleghi e colleghe, così come per tanti altri liberi professionisti che lavorano nei settori maggiormente colpiti da questa pandemia. So anche però che è difficile ammettere di non stare lavorando granché, perché tendiamo sempre a non voler mostrare il fianco e a dipingere un’immagine il più forte e lusinghiera possibile sui social media. È anche giusto così, ma l’immagine non è tutto.

Negli ultimi giorni ho riflettuto parecchio se scrivere o meno un post del genere. Alla fine ho deciso di farlo, sia perché ho sempre trovato catartico l’atto di scrivere e affidare a un foglio i miei pensieri, sia perché credo che uno degli aspetti meno discussi di questo ultimo periodo sia la salute mentale e la sua importanza, sia in generale che nella situazione in cui ci siamo trovati tutti.

Durante questi mesi, ho imparato a fare un sacco di cose nuove. Ho potuto dedicarmi anima e corpo alla cucina, una passione che normalmente ho poco tempo per coltivare. A coltivare qualcosa non ho proprio provato, sia perché non ho lo spazio adatto per farlo, sia perché non sono propriamente nota per il mio pollice verde. In compenso, però, ho fatto partire il mio lievito madre: c’è un che di rassicurante nel curare e coccolare il mio piccolo blob di acqua e farina, come lo chiamo io. E non ti dico che soddisfazione poi il pane fatto in casa.

Ho ripreso a fare esercizio a casa con costanza, andando a sostituire le lunghe passeggiate che prima mi godevo nel verde. Vuoi per la quarantena e le misure restrittive imposte, vuoi perché – vedi sopra – non fa altro che diluviare da due settimane a questa parte, trovare un momento durante la giornata in cui stacco del tutto e faccio piangere i muscoli è terapeutico. Ho letto anche una quantità industriale di libri, sia per lavoro che per piacere personale.

Ma nel mentre ho anche portato avanti tantissimo lavoro ‘non fatturabile’, ovvero tutte quelle attività che esulano da ciò che finisce poi nelle fatture. Ho riordinato le mie memorie di traduzione, ripulito il PC, ho frequentato due corsi di formazione specifici per la traduzione in ambito finanziario, continuato a studiare marketing e ultimato il “Progetto WWW” – il sito su cui mi stai leggendo ora.

Per non parlare dei webinar, ho fatto decisamente indigestione anche di quelli. Ho scritto un sacco di articoli per i prossimi mesi e preparato tanti materiali che poco a poco vedranno la luce. Ho cercato di guardare avanti, perché guardare solo al presente in certi momenti sarebbe stato decisamente deprimente.

Insomma, si tratta di avere pazienza e di mantenere i piedi ben saldi a terra e lo sguardo verso l’orizzonte. Nonostante le oggettive difficoltà e problematiche, nonostante le prospettive non siano esattamente fra le più rosee, è importante guardare oltre e pensare a quali sfide e opportunità ci troviamo davanti.

Quindi se anche tu che mi stai leggendo hai avuto un’esperienza simile alla mia, tieni duro. Spero che la cosa peggiore che ti sia capitata negli ultimi mesi sia stata il dover stare chiuso/a in casa e basta. Il peggio è passato: ci aspetta un periodo difficile, ma finché ci prendiamo cura di noi stessi e continuiamo a guardare avanti, ce la possiamo fare.