Sotto le luci della ribalta: intervista a Federico Giannattasio

Interprete e traduttore dal 2016, Federico ci racconta la sua esperienza come interprete – sugli schermi e non.

Ciao Federico, innanzitutto grazie per aver accettato di essere intervistato! Io e te ci conosciamo da un po’ ormai, ma racconta un po’ chi sei e di cosa ti occupi a chi ci legge.

Ciao a te, Sabrina! Anche se la tentazione di rispondere “ma chi ti conosce” è forte, farò il serio. Dunque, ti risparmio la finestra temporale che va dal ’91 al 2008 – anche se potrei raccontare di quanto sia stato bello essere un capellone e rinchiudermi in garage a suonare per ore – e salto al 2009, anno in cui sono approdato a Roma per frequentare il corso di laurea in Mediazione linguistica presso La Sapienza, dalla quale sono uscito con una tesi sul multiculturalismo nel film Babel di Iñárritu. In quello stesso anno, 2013, ho iniziato a frequentare il corso di Laurea magistrale in Interpretariato e Traduzione presso l’UNINT di Roma, con inglese e spagnolo, avvicinandomi al portoghese come terza lingua. E proprio il portoghese mi ha preso per braccio e portato verso la mia tesi di laurea magistrale: una traduzione di un romanzo portoghese inedito dell’Ottocento (Viaggi nella mia terra, di A. Garrett – un po’ un Manzoni lusofono). Ho concluso nel 2015 e da lì ho iniziato un po’ a mettere su la professione, lavorando ai primi eventi e macinando le prime ore di cabina e di penna e blocchetto. Poi negli anni successivi è arrivata la docenza in Interpretariato e Traduzione dal portoghese all’italiano, ho frequentato dei corsi professionalizzanti (ad esempio, uno in Medical Interpreting) e investito nella crescita del mio portoghese con corsi e certificazioni (e un dottorato in corso).

Durante la tua carriera hai avuto modo di occuparti delle materie più disparate, ma hai anche lavorato in televisione. Immagino che sia molto diverso da un incarico “normale”, per esempio una simultanea durante un convegno o una consecutiva per un festival. Com’è arrivato il primo incarico?

Lavorare in televisione è tutt’altra storia, hai ragione. Come sempre, dipende anche dall’indole personale, dalla situazione, dal tipo di incarico ma devo dire che già solo il fatto di sapere che hai un pubblico nettamente più esteso ha un certo peso. Non mi definirei interprete televisivo (d’altronde, in un lavoro complesso come il nostro, con cinque anni sul mercato è davvero difficile potersi identificare in un ruolo in particolare) ma sulla mia pelle ho avvertito le differenze: strumentazione diversa, tempistiche diverse, décalage tendente allo zero, poco margine di riformulazione e chissà quante altre difficoltà e abilità mi stanno sfuggendo in questo momento. Prima della TV ho avuto un paio di esperienze in Radio e da lì poi sono approdato presso un’emittente all news con la quale ho collaborato occasionalmente (lì sì che tremano le ginocchia) e più recentemente ho avuto l’immensa fortuna di calpestare il palco di studi televisivi per la produzione di programmi di intrattenimento.

Se dovessi elencare le principali, quali sono le differenze “per addetti ai lavori” tra una simultanea per un convegno e una simultanea in televisione?

Forse ho già risposto in parte: la strumentazione, innanzitutto, è diversa. Ad esempio, in alcuni contesti, al posto della consolle classica hai una postazione con un semplice tasto da pigiare quando vuoi interpretare e un mixer per poter bilanciare i suoni in entrata e decidere se ascoltare tutti i presenti in studio oppure escludere tutte le voci tranne l’ospite che devi interpretare: chiaramente non è funzionale se non in un contesto del genere.
Il décalage, poi, è inesistente: l’ospite parla, tu traduci. Nel senso più letterale dell’aggettivo “simultaneo”. Discorso a parte nel caso di discorsi veri e propri, trasmessi in contesto informativo (e.g. discorsi presidenziali) dove valgono le regole di una simultanea per così dire standard, quella che durante l’università tutti abbiamo provato almeno una volta alla lezione delle 08:00.

Quindi un tipo di incarico molto diverso. Da un punto di vista più personale come hai vissuto l’esperienza del “bello della diretta”?

Il bello della diretta l’ho vissuto praticamente ogni volta che ho avuto un incarico televisivo. L’adrenalina è tanta, l’ansia pure (a tratti, la seconda prevarica sulla prima). Quando si tratta di notiziari, ti trovi a tu per tu con le tematiche più varie, puoi contare solo sulla proverbiale conoscenza enciclopedica dell’interprete e cerchi di rimanere il più concentrato possibile. La definirei una strada tutta in salita e quando arrivi su sei stremato. Qualcuno ha detto che gli esami non finiscono mai, giusto?

Che differenze ci sono nella preparazione per un incarico “per la televisione” e un incarico di stampo più tradizionale?

Continuerei a conservare la differenza tra TV informativa e TV di intrattenimento. Anche se in entrambi i casi non hai modo di prepararti nello specifico, nel primo caso è più una preparazione e una formazione continua, soprattutto sui temi d’attualità e di politica (ma non solo). Probabilmente Lisa Simpson sarebbe un’ottima interprete con la sua “lieve tendenza alla tuttologia” (Cit.).
Per quanto riguarda la TV di intrattenimento, la formazione è altrettanto impegnativa e chiaramente divaga su temi più leggeri, ma non per questo è meno difficile. Tra le difficoltà che ho riscontrato in prima persona, provenendo da una formazione molto impostata e formale, mi viene da pensare al modo di rendere il lessico informale e la scelta del registro linguistico da adattare al personaggio e al pubblico, senza per questo suonare “sguaiato” o sfociare in una interpretazione sgradevole.

Che consiglio daresti a chi si trova ad affrontare una possibilità del genere, specialmente in termini di gestione dello stress e della resa?

Non sono in grado di dare consigli del genere perché secondo me questi due aspetti hanno a che fare più con la crescita personale ed emotiva che non con il lato strettamente linguistico-professionale. Sicuramente il consiglio che do anche a me stesso è quello di rendersi conto di non essere macchine perfette. Si cresce, si acquisisce dimestichezza, padronanza della lingua straniera e della propria lingua madre. È una professione che si costruisce col tempo. Poi bisogna anche essere onesti con se stessi e saper riconoscere sia i propri limiti che le proprie capacità.

Spesso noi simultaneisti siamo “schermati” dalla cabina, ma andare in televisione vuol dire dover ripensare alla propria immagine, al portamento, al linguaggio non verbale e – non ultimo! – la propria resa. Come hai affrontato questa grossa differenza?

Beh, in questo la mia esperienza è davvero ridotta all’osso: sono andato su schermo solo una volta. In fondo è un po’come una consecutiva, cerchi di presentarti bene e stare ben piantato sui tuoi piedi e sulle ginocchia tremule. Ricordo con grande emozione quella volta: entri in uno studio pieno, dall’altra parte delle telecamere e con riflettori puntati. Non capita tutti i giorni.

Federico, grazie ancora per averci parlato un po’ di te e della tua esperienza come interprete, sugli schermi e non. Per chi volesse mettersi in contatto con te, dove ti troviamo?

Grazie a te, Sabrina. Non serve dirti che è sempre un piacere. Per chi volesse, potete contattarmi alla più classiche delle mail (giannattasio.federico@gmail.com) fino all’informalità di FB (https://www.facebook.com/fgiannattasio/) o di LinkedIn (https://www.linkedin.com/in/federico-giannattasio-interpreter/).

Se ti è piaciuta questa intervista e ti piacerebbe sentir parlare di altre esperienze simili, o se hai un commento su quello che ci ha raccontato Federico, fammelo sapere nei commenti!

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Marketing per interpreti, riservatezza e social media

Attenzione: articolo lungo, ad alto contenuto di meme, fonti e ironia.

Nell’articolo di oggi affronto un tema che mi sta particolarmente a cuore: marketing, inteso come tutte le attività di autopromozione che facciamo noi freelance sul nostro sito, sui social e via discorrendo, e privacy.

Come se i social non fossero abbastanza già di per sé, ci troviamo (ahimè, ancora!) in un periodo storico particolare. Nel momento in cui scrivo questo articolo sono passati quasi 11 mesi dell’avvento della pandemia da Covid 19, che ha radicalmente cambiato – anzi, sconvolto – le nostre abitudini in ogni sfera della nostra vita.

Per entrare un po’ più nello specifico, quando si parla di interpretariato e traduzione è abbastanza difficile fare autopromozione sui social senza diventare ripetitivi e, oserei dire, quasi autocelebrativi. Postare foto come “oggi ho fatto questo convegno in questa città” o “questa settimana ho concluso un progetto di traduzione di XXXX parole” ci sta, ogni tanto.

L’abbiamo fatto praticamente tutti. Questa è un’altra di quelle cose che tutti fanno e nessuno dice: è bello far vedere che stiamo lavorando, che stiamo facendo quello che più ci piace e – implicitamente – far vedere che qualcuno si affida a noi come professionisti ed esperti del settore.

Io sono per il “vivi e lascia vivere”: se vedo un contenuto che non mi piace, non mi interessa o non ritengo utile, semplicemente passo oltre. Il discorso diventa un po’ diverso, però, quando questo contenuto può causare danni diretti o indiretti a qualcuno – che sia a me, libero professionista, o al mio cliente – o addirittura al mio settore. E qui arrivo al punto dell’articolo di oggi.

Sì, perché se prima potevamo – come interpreti – condividere una foto della location in cui ci trovavamo, dell’interno della nostra cabina o davanti al banner/poster dell’evento (spesso tutte informazioni di dominio pubblico), da quando siamo tutti bloccati a casa l’interpretariato da remoto ha preso il sopravvento e, beh, siamo sempre davanti allo stesso computer. It gets old pretty fast, come si suol dire.

Quindi, perché lo facciamo? Possiamo semplificare all’osso la questione e dire che it all boils down to marketing e percezione.

E questo ha anche significato un tripudio di post di varia natura, alcuni dei quali non si attenevano esattamente alle norme condivise della professione: infatti, la riservatezza è uno dei pilastri di questo lavoro. Per andare più nello specifico, i codici deontologici di alcune fra le più preminenti associazioni di categoria italiane e internazionali non menzionano specificamente il comportamento da tenere sui social, ma questo non dovrebbe fungere da deterrente.

È comunque bene menzionare alcune delle regole in tema di riservatezza citate da questi codici, perché il buon senso vorrebbe che si applicassero anche alle interazioni sui social e all’attività di marketing. Troppo spesso infatti tendiamo a trattare le interazioni online come qualcosa di scollegato dalla realtà, ma non è così. Ciò che facciamo, come lo facciamo e l’immagine che diamo di noi online può avere ramificazioni e conseguenze molto reali.

Ma passiamo alla nostra rassegna. Il codice deontologico dell’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti (AITI, di cui faccio parte anch’io) parla di riservatezza nell’articolo 8:

Articolo 8. Dovere di segretezza e riservatezza

I. Il traduttore e l’interprete mantengono la massima riservatezza sulle informazioni e su tutti i documenti cui hanno accesso nell’esercizio della professione. Il dovere di riservatezza non decade con la conclusione della prestazione o del rapporto professionale.

II. Il traduttore e l’interprete si accertano che tutte le persone che li assistono durante il lavoro o con le quali collaborano rispettino le stesse regole di riservatezza.

Viene menzionato inoltre, in termini abbastanza generici, il divieto di “arrecare pregiudizio” alla professione:

Articolo 14. Pubblicità
I. Nell’attività di autopromozione, i traduttori e gli interpreti saranno veritieri e precisi e non arrecheranno pregiudizio al decoro della professione. Si asterranno da ogni forma di pubblicità che possa indurre in errore e dall’attribuirsi titoli, diplomi e competenze che non possiedono.
II. È vietata ogni forma di pubblicità ingannevole o comparativa.

Si potrebbe discutere a lungo dell’interpretazione di tale questione, che inevitabilmente potrebbe essere considerata in maniera diversa in base a fattori culturali e generazionali, ma in questo caso è interessante notare come si richieda ai propri membri di “farsi portavoce”, quasi, della categoria. Insomma, non fare qualcosa che possa danneggiare l’immagine dei professionisti dell’intero settore per via di comportamenti errati di un singolo.

In base, invece, alla sezione relativa al Code of Honour nel Code of professional ethics dell’AIIC (International Association of Conference Interpreters), il riferimento alla riservatezza lo troviamo qui:

Members of the Association shall be bound by the strictest secrecy, which must be observed towards all persons and with regard to all information disclosed in the course of the practice of the profession at any gathering not open to the public.

È interessante qui notare come la riservatezza a cui si fa riferimento sia “the strictest” – il che lascerebbe presupporre che anche un selfie, una foto della propria postazione in cabina o a casa senza alcun altro riferimento o cose del genere non siano comunque ammesse – ma che ci sia una clausola circa “tutte le informazioni trattate durante lo svolgimento della professione in qualsiasi riunione non aperta al pubblico”. La trovo una precisazione sensata, dal mio punto di vista. Ad ogni modo, da inizio 2020 nella sezione news del sito dell’AIIC si può anche trovare una interessante spunto di riflessione sul tema della Confidentiality in the age of social media:

Never before have individuals had such potential to reach out to a global audience to express their unique views, their personal talents, their heartfelt beliefs. With the click of a mouse or scroll of a thumb we can create communities of peers and potential clients. For professionals – especially freelancers – this means the potential to expand our market, to build our individual brand. But this also creates new pressures: we need to distinguish ourselves from the crowd, show our unique selling point. And this is where it gets dangerous.

Infine, secondo il codice deontologico di Assointerpreti:

5. I Soci, Candidati e Stagiaire si ritengono totalmente vincolati al segreto professionale. Tale segreto non comprende soltanto tutto ciò che può emergere nel corso di riunioni non pubbliche, ma anche tutte le informazioni di carattere non ufficiale di cui si può venire a conoscenza nell’esercizio della professione.

Secondo un interessante sondaggio proprio in merito all’uso dei social media, interpretariato e riservatezza svolto dalla collega Sarah Cuminetti (socia AITI, Assointerpreti e ATA), il 58,4% degli interpreti che hanno risposto al sondaggio ha postato un’immagine relativa a un incarico di interpretazione, e il 18,4% afferma di non aver richiesto il consenso del cliente, mentre appena il 21,4% dice di farlo “a volte”. Qualche altro dato interessante: il 57,6% sostiene che postare questo tipo di contenuti non contribuisca a migliorare la propria reputazione come interprete.

Quindi, perché lo facciamo? Senza lanciarci in un’analisi socio-antropologica di come i social abbiano drasticamente alterato il nostro rapporto con gli altri, sia sul piano personale che su quello professionale, possiamo semplificare all’osso la questione e dire che it all boils down to marketing e percezione. Come scrivevo in un altro articolo, il rovescio della medaglia è spesso la sindrome dell’impostore – di nuovo, legata sempre alla percezione che vogliamo proiettare di noi stessi.

Il 58,4% degli interpreti che hanno risposto al sondaggio ha postato un’immagine relativa a un incarico di interpretazione, e il 18,4% afferma di non aver richiesto il consenso del cliente, mentre appena il 21,4% dice di farlo “a volte”.

Per dirla senza mezzi termini, durante questi mesi ne ho viste di tutti i colori: video con tanto di audio della propria resa in interpretariato, foto di riunioni su Zoom con i nomi dei partecipanti in chiaro, fotografie della traduzione di turno con un sacco di informazioni in bella vista… insomma, banalmente, avrei potuto farmi gli affaracci di chi stava partecipando a quella riunione o di chi aveva commissionato la traduzione di quel documento senza neanche troppo sforzo.

Se mi stai leggendo e stai pensando “beh, ma che c’è di male?”, ti rispondo subito: privacy. Oltre alla fissazione del mondo moderno per la privacy – fondatissima, ma a volte superficiale: basta vedere lo spauracchio di inizio anno con WhatsApp – c’è una questione di fondo ben più importante.

Spesso e volentieri il materiale che ci viene affidato per una traduzione è riservato. Spesso e volentieri i contenuti che interpretiamo sono riservati – e magari noi non sappiamo a sufficienza di quell’ente, azienda o servizio per sapere quanto è confidenziale o sensibile un tipo di informazione. Anche se non abbiamo firmato esplicitamente un accordo di riservatezza o non divulgazione con il nostro cliente, è buona pratica evitare di diffondere sui social delle informazioni sensibili, proprio per tutelare i nostri clienti e soprattutto la nostra professionalità.

Infatti, non credo che i miei clienti sarebbero contenti se divulgassi ai quattro venti dei social i contenuti delle riunioni per cui io interpreto. Quante probabilità ci sono che vengano a scoprire che, durante una simultanea da remoto, mi sono fatta un video e che l’ho pubblicato su Instagram o su LinkedIn? La risposta ovviamente cambia a seconda del tipo di cliente – ho lavorato con dei clienti che si sono andati a spulciare davvero il mio profilo in passato! – ma io sono per il minimizzare i rischi ed eliminare quelli non necessari.

Ho davvero così tanto bisogno di far vedere che lo so fare e che sono brav*? Ho davvero bisogno di rischiare che qualcuno venga in possesso di informazioni riservate tramite la mia autopromozione sui social? Sempre secondo il sondaggio svolto dalla collega Sarah Cuminetti, il 42,2% degli intervistati ritiene che condividere delle immagini relative al proprio incarico sia un fattore positivo per la propria reputazione. Di questi, il 92,1% ritiene che questo tipo di visibilità sia “good for business”.

Un’altra domanda dello stesso sondaggio chiedeva agli interpreti intervistati se ritenessero che questo tipo di attività sui social aumentasse la probabilità di essere contattato/a da un collega per un lavoro. Di questi, il 40% sostiene che per i colleghi non sia un fattore determinante; il 32,2% sostiene di sì, e il 30,2% sostiene che dipende dall’età del/la collega in merito. Che è un altro spunto di riflessione molto interessante, ma rischieremmo di impelagarci in un articolo lunghissimo (percezione, no?) e in realtà ho in mente un altro progetto in merito. Ma ogni cosa a suo tempo.

Tornando a noi, faccio un’altra riflessione di natura squisitamente pratica: se perdo tempo a smanettare con il cellulare per farmi un video mentre sto interpretando (e facciamo finta per un minuto che non ci sia la questione riservatezza di mezzo) la mia resa ne risentirà? Se sì, varrà quindi davvero la pena mettere online un video in cui non sto dando il meglio di me, sapendo che potenzialmente potrebbe vederlo chiunque e che in questo settore – come in molti altri – la reputazione conta tantissimo? Lavorando come freelance, siamo noi a metterci la faccia. Non ci possiamo nascondere dietro al nome di un’azienda.

Sempre parlando di reputazione, questo video di do’s and dont’s fornisce anche qualche linea guida più pratica e di natura quasi informatica (server criptati, anyone? GDPR?) per gli interpreti:

Non entrerei eccessivamente nel dettaglio degli altri comportamenti che, in linea di massima, sarebbe meglio evitare di tenere sui social, specialmente quando si sta parlando da un account business. Perché lo sapete che, anche se un post viene cancellato, non viene mai davvero rimosso, no? Quando penso a queste cose, non riesco a non pensare a tutte le volte che, magari su LinkedIn o gruppi Facebook di settore, ho letto discussioni di natura politica o religiosa che inevitabilmente hanno cambiato la mia opinione sullo scrivente. Ma comunque.

Mi è anche capitato, come accennavo prima, che i miei clienti mi dicessero esplicitamente di non volere che io pubblicassi nessun tipo di contenuti riguardanti il lavoro che stavo svolgendo per loro, facendomi firmare un NDA apposito. Qualora non siano loro a darmi indicazioni, io inserisco sempre nella mia lettera di incarico una sezione apposita, che il cliente deve firmare, dove mi autorizza a diffondere contenuti multimediali dove potrebbe apparire il nome dell’evento a cui sto partecipando.

E qui mi collego alla parte più concreta di questo articolo, ovvero qualche consiglio per chi – come me e molti altri – vuole comunque mantenere attivi i propri social e arricchire il proprio curriculum con delle esperienze lavorative, ma sempre usando il buon senso e tutelando – ripeto – sia la nostra professionalità che i diritti dei nostri clienti. Questi sono suggerimenti, non regole. D’altronde, è meglio ragionare con la propria testa e valutare ognuno le proprie circostanze, no?

Qualsiasi cosa pubblichiamo online dovrebbe essere un valore aggiunto per i nostri clienti, uno dei motivi per i quali scelgono di lavorare con noi e non con qualcun altro. D’altronde, content is king. Quindi se vogliamo pubblicare qualcosa sarebbe bene che, prima di cliccare su “pubblica” o “condividi”, rispondessimo a questa domanda: “che tipo di valore genera questo contenuto per chi mi legge?

Qui apro e chiudo una parentesi. Per fare un esempio concreto, io ho un account Instagram business aperto a tutti. Spesso condivido – principalmente nelle storie – contenuti che non hanno a che vedere con il lavoro, ma più sulle mie passioni e su cosa faccio nel mio tempo libero, magari i posti in cui vado andavo e cose del genere.

Cerco di fare in modo però di mantenere il mio profilo, questa mia vetrina virtuale, il più “pulito” possibile. Ma non metterò mai delle foto di me in costume da bagno o mentre mi alleno o mentre sto cucinando, non perché ci sia qualcosa di male (ci mancherebbe altro!), ma perché non voglio che il mio cliente, pensando a me, abbia quell’immagine in testa – e perché, oggettivamente, non genera alcun valore aggiunto alla mia professionalità e attività.

Quindi se la risposta alla domanda di cui sopra è solo “beh, faccio vedere che sto lavorando”, occhio a non abusare di questo tipo di post. Anche aggiungere un commento su ciò che si è imparato, una problematica affrontata e risolta o qualcosa di natura più personale, se si vuole (“lavorare su questo documento mi è piaciuto/mi ha aiutato a capire qualcosa di più su…”), è sempre meglio che “oggi ho fatto questa traduzione da XXX parole” o “oggi simultanea [lingua]<>[lingua] in ambito X”.

Come detto sopra, un modo per eliminare il problema alla radice è chiedere esplicitamente il consenso (nero su bianco e firmato) del cliente alla diffusione di materiali audiovisivi. Anche qui, però, sarebbe una buona idea selezionare bene quale tipo di informazione potremmo voler condividere anche qualora il cliente ci abbia accordato questa possibilità.

Stiamo lavorando a una trattativa aziendale per la chiusura di un grosso contratto commerciale? Meglio di no. Stiamo interpretando per una riunione interna, un consiglio di amministrazione, un incarico dove si parla di segreti industriali? Vedi sopra. Stiamo traducendo un bilancio aziendale o un documento istituzionale? Di nuovo.

Vi faccio un esempio, sempre mutuato dalla mia esperienza lavorativa. Lavorando spesso con i cinesi, mi sono trovata di fronte ai due opposti. Dai clienti che mi hanno fotografata una marea di volte (!) e che mi hanno chiesto di farmi delle foto con loro, postandole ovunque, ai clienti che mi hanno tassativamente vietato anche di pubblicare una foto anche solo vagamente relativa all’incarico che ho fatto per/con loro.

Cioè, loro facevano cinquecento foto ogni giorno, che sono stati così carini da avermi mandato, ma mi hanno proprio detto di non pubblicarle in giro. Se nel primo esempio si parlava di tematiche tecniche ma tutto sommato di conoscenza comune relative a dei processi produttivi, nel secondo invece il tema dell’incarico era estremamente confidenziale e delicato. Accade spesso che i clienti mi firmino la lettera d’incarico ma che non mi autorizzino a diffondere alcun tipo di materiale, e va bene così. Non sarà un post in meno a non farmi lavorare più.

Inoltre, anche se il cliente ci autorizza alla diffusione di materiali audiovisivi, proviamo a metterci nei panni di chi partecipa a una riunione e trova il proprio nome, cognome e faccia pubblicato sul profilo di un’altra persona, magari a propria insaputa. A te farebbe piacere? Sempre secondo il sondaggio (sì, hai indovinato) di cui sopra, il 37% degli intervistati dice di non avere problemi ad apparire in una foto condivisa da un/a collega, mentre il 4,4% degli interpreti sostiene che addirittura non lavorerebbe più con la persona in questione per una cosa del genere.

Qualora il cliente ci dica esplicitamente che non vuole vedere assolutamente nulla riguardante quel progetto o incarico sui social, c’è comunque un modo di farsi promozione. Esatto, hai indovinato: un selfie, la foto della tua postazione di lavoro (dove non si vede la finestra di lavoro), una foto dei tuoi appunti (debitamente anonimizzati o dove non si vedano comunque informazioni sensibili quali nomi di oratori, date, nome dell’evento, sigle facilmente riconducibili al progetto…) – insomma, get creative, se proprio non ne puoi fare a meno. Ma sempre facendo moltissima attenzione (e, mi permetto di suggerire, domandandosi perché c’è tutto questo bisogno di postare a ogni costo).

Ci sono svariati modi per anonimizzare una foto. Dagli onnipresenti sticker che possiamo appiccicare un po’ a nostro piacimento (che però, scusate, non fanno molto professionale) a siti, programmi e addirittura app dedicate (io, per esempio, ne uso una che si chiama Point Blur, e no, non sono stata pagata per questo suggerimento) che permettono di “sfumare” l’immagine che vogliamo condividere.

So che passerò per una pazza borderline paranoica, ma è sempre bene concordare anche questi aspetti con i propri compagni di progetto/interpretariato. Mi è capitato, in passato, di voler condividere su una storia di Instagram (che quindi sarebbe sparita dopo 24 ore) la foto dell’ingresso di un convegno per cui avrei lavorato quel giorno in cabina. Nonostante l’agenzia che mi aveva contattato non mi avesse detto nulla in merito, la collega mi ha chiesto di non farlo – e così ho fatto.

Insomma, so bene che questo è un tema abbastanza delicato e la cui interpretazione e/o gestione pratica varia tantissimo in base alla propria sensibilità. Se non si fosse capito, per me è giusto cercare di promuoversi sui social finché ciò non va a ledere la reputazione e i diritti sia del professionista che del cliente. Ma oltre ciò, è un tema decisamente poco battuto e del quale non si parla a sufficienza. Da lì la mia volontà di parlarne in maniera un po’ più approfondita in questo articolo, e dare qualche suggerimento più pratico – che, alla fine, si riassume un po’ tutto in “qualsiasi cosa tu faccia, falla con la testa”.

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Il post che stava per non esserci – e cos’altro invece c’è

Novembre e dicembre sono sempre periodi di fuoco per chi lavora nel settore, anche se quest’anno è tutto diverso e molto più strano. Fra progetti mastodontici, interpretariati da remoto e un sacco di corsi di formazione e studio individuale, mi sono ritrovata a fine novembre senza avere un post pronto per il mese successivo.

Questa cosa all’inizio mi ha fatto sentire in colpa da fare schifo, quasi come se avessi cannato una consegna per un cliente. Per le persone pignole e ligie al dovere come me, una cosa del genere sarebbe una sciagura. Poi ho cominciato un attimo a ragionare e mi sono domandata perché esattamente saltare un mese di post sarebbe stato così catastrofico.

Vedi, caro lettore o cara lettrice, dovresti sapere che io sono una maniaca del controllo. Non del tipo di persona che fa micromanaging (anche perché piuttosto che subappaltare un progetto lavoro io 48 ore ininterrotte), ma il tipo di persona che ama fare liste e pianificare il più possibile i propri impegni, in modo da tenere tutto sotto controllo e non perdermi pezzi per strada.

(sono arrivata anche a fare le liste delle liste da fare. Lo ammetto, potrei avere un problema.)

Comunque.

Quando ho aperto questo blog, mi sono ripromessa immediatamente di pubblicare almeno un articolo al mese. Non di più, non di meno: realisticamente parlando, so di non avere tempo per fare di meglio. E se c’è una cosa che non mi piace è andare sul sito di un’azienda o professionista e vedere che l’ultimo post sul blog è di dicembre 2009. Quindi consistency is key, mi sono detta.

Pochi ma buoni, o perlomeno è questo che sto provando a fare. Ultimamente ho anche iniziato a fare una serie di post informativi sulla traduzione e interpretariato, che – nel caso tu non li abbia visti e ti interessino – puoi trovare sul mio profilo LinkedIn o Instagram. Giusto per darti un’idea:

Insomma, come dicevo prima, fra un progetto e l’altro e fra un corso e l’altro, mi sono un po’ adagiata sugli “allori” degli articoli e delle bozze che avevo già pronti e mi sono ritrovata alla fine del mese senza un articolo pronto, o perlomeno un’idea per un articolo.

Mi sono guardata un attimo allo specchio e ho fatto i conti con me stessa. Devo dire qualcosa per forza, per far vedere che dico cose parlo con gente? Cosa devo dimostrare esattamente? E a chi, soprattutto? A me o a chi mi legge? Perché se mi fermo a pensarci un attimo non credo proprio che a te che mi leggi freghi qualcosa se per un mese salta un post sul mio blog.

Ma a me sì, eccome. Quindi ho voluto scavare un po’ e farmi qualche domanda, guardandomi allo specchio (si fa per dire) e cercando di capire perché provassi tutto questo disagio al pensiero di non pubblicare un semplicissimo post. Manco avessi chissà quale seguito o dispensassi consigli e informazioni che cambiano la vita.

Ma c’è sempre qualche corso in più da fare, c’è sempre un software o ambito di specializzazione da approfondire, c’è sempre qualche libro in più da leggere. Non prendo parte a una pratica di interpretariato con dei colleghi da non so più quanto, madonna. E via andare, giù per questa spirale di auto colpevolizzazione, altro che il tunnel del Bianconiglio.

Parlandone con amici e colleghi, ho scoperto di non essere la sola. Una piaga nel mondo dei freelance, ma che sono sicura non si limiti solo alle partite IVA, è infatti la sindrome dell’impostore. Questo termine è stato coniato a fine anni ’70 da due psicologhe, le dottoresse Clance e Imes, e sebbene partisse dalle donne, in senso lato descrive

“una condizione psicologica per cui si è incapaci di interiorizzare i successi personali, contraddistinta dalla paura di essere considerati degli “impostori” ed essere scoperti come tali. Spesso chi soffre di questa sindrome attribuisce la propria realizzazione personale alla fortuna piuttosto che al lavoro o alle capacità.”

Insomma, bell’affare. A quanto pare, come riporta Greta Ubbiali, questa problematica è stata accentuata dall’avvento dei social media e dalle specifiche circostanze verificatesi dalla crisi del 2008/2009 in poi:

“Siamo la prima generazione cresciuta con i social media e il confronto con gli altri è a portata di clic. Basta aprire la newsfeed di Facebook per vedere le vacanze da urlo degli amici o guardare su Linkedin gli avanzamenti di carriera degli altri.

E noi finiamo per sentirci sempre un passo indietro. Inoltre siamo entrati nel mondo del lavoro in un momento di innovazione tecnologica rapidissima e ogni giorno c’è qualcosa di nuovo da imparare, una novità da conoscere per essere competitivi.

Anche questo ci fa sentire inadeguati, come se non avessimo mai a sufficienza l’esperienza necessaria. La recessione globale ha contribuito a rendere tutto più instabile. Compresi i nostri pensieri. La crisi ha coinciso per molti con il periodo degli studi o dell’entrata nel mondo del lavoro.

Abbiamo dovuto adattarci ad un nuovo equilibrio. Il lavoro come lo conoscevano i nostri genitori non esiste più. C’è chi ha studiato e non ha avuto la possibilità di mettere in pratica ciò che aveva imparato e si è reinventato.”

Insomma, se da un lato ho tirato un sospiro di sollievo nell’aver trovato un po’ di solidarietà indiretta e condivisa, dall’altro sapere che così tante persone soffrono della sindrome dell’impostore è preoccupante.

Quindi ho deciso, con questo mio articolo, intanto di parlarne: parlare dei problemi è il miglior modo di esorcizzarli, analizzarli, condividerli, vederli sotto una luce diversa e diffondere consapevolezza. Anche solo per dire “hey, non sei solo/a”.

E poi voglio concludere con un inno all’imperfezione. Anche se è un po’ presto per fare la lista (per me, l’ennesima!) dei buoni propositi per il 2021, vorrei trovare il coraggio e la forza di sguazzare allegramente nella mia imperfezione e nella consapevolezza della limitazione delle mie conoscenze e possibilità.

Sì, ci sarà sempre un altro corso.

Sì, potrai sempre migliorare il tuo livello di lingua, la pronuncia, il lessico, vattelappesca.

Sì, ci sarà sempre un altro libro da leggere, un altro webinar da seguire, un altro software da imparare a usare. Ed è giusto e sacrosanto volersi migliorare, ma non è giusto sminuirsi se a fine giornata non ne abbiamo più e di schermi non ne vogliamo vedere manco dipinti.

Siamo comunque qui. Ci stiamo comunque provando, e spesso anche riuscendo. Siamo noi, spesso, a esigere tanto – forse troppo, date le circostanze.

Ho già parlato in passato di salute mentale e di quanto mi stia a cuore portare avanti un discorso onesto, anche quando questo non coincide con l’immagine da supereroina e donna in carriera che vorrei che tutti avessero di me. Penso ce ne sia più bisogno in generale, ma soprattutto in un anno come questo.

Quindi, caro lettore o cara lettrice, se sei arrivato fin qui, innanzitutto grazie: non do mai per scontato che qualcuno si legga tutti i miei post, quindi grazie di cuore e spero che questo post ti sia piaciuto. Fammelo sapere, ovunque tu mi stia leggendo!

Ci si risente (o rilegge!) nel 2021, quando spero che le cose inizieranno timidamente a migliorare.

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Deskercise: stretching per traduttori e interpreti

I migliori esercizi di stretching da fare direttamente alla propria scrivania

Chiunque passi le proprie giornate davanti a un computer può confermarvi che la sedentarietà è uno dei grandi mali dei nostri tempi. Dopo otto o più ore davanti al PC, ci siamo passati tutti. Spalle tese, collo incriccato o addirittura problemi articolari (il Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato dei traduttori è sempre all’erta… Sì, sto parlando del tunnel carpale).

Oltre al dolore e alla tensione muscolare, i periodi di sedentarietà prolungata possono causare problematiche ben più complesse nel lungo termine.

Secondo uno studio della Mayo Clinic (una no-profit americana per la pratica e ricerca medica), passare più di quattro ore al giorno seduti davanti a uno schermo porta a un aumento del rischio di soffrire di patologie cardiovascolari del 125%, nonché di ipertensione, iperglicemia e sindrome metabolica.

Cue the deskercise.

Oggi voglio parlarti di una serie di esercizi che si possono tranquillamente svolgere alla propria scrivania, altresì noti nel mondo anglofono come “deskercise” (desk + exercise, ovvero scrivania + esercizio). Non ti preoccupare: non ti ritroverai grondante di sudore, quindi questi esercizi possono essere fatti in qualsiasi momento della giornata.

Si tratta di una serie di esercizi di stretching o allungamento volti a contrastare i periodi prolungati di sedentarietà. Alzi la mano chi di noi non è arrivato alla fine di una giornata davanti al PC con il collo a pezzi. Per i colleghə traduttori e traduttrici, poi, non ne parliamo!

Ma ultimamente anche gli interpreti stanno passando sempre più tempo davanti al proprio PC a casa, specialmente da quando l’interpretariato da remoto è diventato una realtà quotidiana per moltə professionistə.

Prima di parlarvi di darti qualche esempio, però, devo fare una doverosa premessa. Io non sono un medico, e ciò di cui ti parlo è basato sulla mia esperienza personale. Per darti un’idea più precisa dei movimenti che descriverò, sto utilizzando delle scansioni tratte dal manuale Enciclopedia dello Stretching (di Óscar Morán Esquerdo, traduzione italiana di Chiara Baldazzi).

Queste informazioni sono di carattere generale e hanno uno scopo puramente informativo e divulgativo e non sostituiscono in alcun modo il parere, la diagnosi o l’intervento del medico o di altri operatori sanitari.

Cinque minuti, solo cinque vedrai!

A dirla proprio tutta, per contrastare nel lungo termine gli effetti negativi della sedentarietà sarebbe meglio rivoluzionare completamente il proprio modo di lavorare. Per esempio, dovremmo fare delle pause regolari (almeno ogni 30 minuti) per fare due passi, oppure votarci alla causa delle standing desk. Ma di quelle magari parliamo un’altra volta.

Lo so cosa stai pensando: “ma io non ho tempo/non ho modo di alzarmi a camminare ogni mezz’ora”. Già, nemmeno io onestamente, per quanto il mio Garmin mi stressi se non mi muovo per un po’. Cerco di fare sport ogni, che sia con una camminata in mezzo al verde o allenandomi, ma triturare così le mie ore di lavoro è poco realistico.

Però lo stretching e i deskercise non richiedono più di cinque/dieci minuti e si possono fare tranquillamente – come indica il nome – dalla propria scrivania. Da quando ho cominciato a farli, ho molti meno dolori articolari e muscolari, specialmente nella zona del collo, schiena e spalle.

Stretching 101: cosa fare e cosa non fare

Se non hai mai fatto stretching, non ti preoccupare: è l’attività meno intensa che si possa immaginare. Ci sono però un paio di regole da seguire. La prima e più importante è che dev’essere un movimento dolce e graduale.

Vedila così: è come se stessi facendo una domanda al tuo corpo. “Hey, collo, come va? Un po’ teso, eh? Vediamo come si mette la situazione se facciamo così”. Se qualsiasi cosa stiamo allungando ci risponde con un sonoro “nope”, allentiamo immediatamente la presa e cerchiamo di capire cos’è che non va.

Mentre fai stretching, ricordati di respirare in maniera calma e ritmata. Questi cinque/dieci minuti di stretching sono una pausa tutta per te: concentrati bene sull’area che stai allungando, è importantissimo essere consci di cosa si sta facendo per evitare di farsi male.

L’ho già detto ma lo ripeto: qualsiasi movimento tu faccia, non devi mai sentire dolore. Se senti dolore, fermati subito – probabilmente stai estendendo eccessivamente il muscolo/tendine in questione, oppure c’è qualcosa che non va. In quel caso, va da sé, è meglio consultare un medico.

Quando fai stretching, dovresti sentire una leggera tensione, e non dovresti mai tenere la posizione per più di una trentina di secondi. Mano a mano che tieni l’allungamento, la leggera tensione che senti dovrebbe gradualmente scemare. Se vuoi spingerti un pochino oltre e non hai ancora passato i trenta secondi, fallo pure, ma senza mai arrivare a sentire dolore. Se ti fa male, allenta un po’ la presa.

Quindi, abbiamo detto:

  • movimenti dolci e graduali;
  • respirare a fondo e in maniera calma;
  • non arrivare mai al punto di sentire dolore; e
  • tenere la posizione per massimo una trentina di secondi.

Guardiamo quindi qualche esempio di stretching per chi lavora tante ore al PC.

I migliori esercizi di stretching da fare alla propria scrivania

Braccia incrociate fra le spalle

Alza un braccio fin sopra la testa, porta l’altro braccio dietro la schiena e cerca di prenderti le mani. Questo esercizio va ad allungare principalmente i tricipiti, ma coinvolge anche i muscoli pettorali e dorsali.

A meno che tu non abbia un’eccellente mobilità di base o non sia allenatə, potresti non riuscire subito ad afferrarti le mani. Non c’è problema: puoi aiutarti con un qualche oggetto (idealmente, un elastico di quelli per fare yoga). Ripeti questo esercizio alternando quale mano va sopra la testa e quale va in mezzo alle spalle.

Inclinazione laterale del capo

Questo esercizio fa immediatamente percepire la tensione nella parte laterale del collo, quindi non ti spaventare. Per questo allungamento, lascia inclinare dolcemente e in maniera controllata la testa da un lato, come se la volessi far appoggiare alla spalla.

Mi raccomando, non forzare mai il tuo range di movimento (ROM, range of motion), specialmente per gli esercizi che coinvolgono i muscoli del collo. In questo caso, starai andando ad attivare principalmente il trapezio e lo sternocleidomastoideo. Finalmente posso usare questa parola in un contesto serio, e non come scioglilingua! Comunque, non è niente di più che il muscolo che va da dietro l’orecchio alla base del collo, come puoi vedere dall’immagine qui sotto.

Flessione del capo

Fai scendere lentamente la testa in avanti, come se volessi appoggiare il mento al petto. Fai questo movimento in maniera graduale e controllata: i muscoli cervicali potrebbero cercare di frenare la caduta della testa e quindi irrigidirsi, quindi è essenziale che il movimento sia dolce e lento. E mi raccomando, schiena dritta (ma non rigida!).

Rotazione del capo

Tenendo il tronco dritto, ruota la testa verso destra, aiutandoti con il braccio opposto. La mano che aiuta la rotazione va appoggiata sulla mandibola, mentre l’altra è appoggiata al gomito. Dovresti sentire una leggera tensione sempre nello sternocleidomastoideo.

In questo esercizio, aiutarsi con le mani aiuta a rilassare i muscoli intorno alla cervicale, in modo da poter eseguire correttamente l’allungamento. Ripeti nuovamente questo esercizio nello stesso modo ma verso sinistra una volta che avrai finito col primo lato.

Estensione frontale delle braccia con dita intrecciate

Intreccia le dita, mantenendo i palmi delle mani rivolti l’uno verso l’altro. Ruota gli avambracci ed estendi i gomiti in avanti. Alla fine del range di movimento, dovresti sentire un po’ di tensione nella parte interiore degli avambracci. Oltre che per questi muscoli, questo allungamento è un toccasana anche per le dita.

Estensione della mano al muro

Ok, per questo esercizio non sarai proprio alla scrivania, ma penso che non avrai difficoltà a reperire una parete sulla quale appoggiarti – e le tue braccia e mani ti ringrazieranno, fidati.

Mettiti in piede di fronte a una parete con il braccio disteso e le punte delle dita rivolte verso il basso. Tenendo il braccio all’altezza delle spalle, appoggiati alla parete e premi delicatamente in avanti il palmo fino a portarlo completamente a contatto con la parete.

Flessione della mano con braccio disteso

Se prima abbiamo lavorato sugli avambracci, ora ci spostiamo sulla parte alta del braccio, andando a estendere il muscolo che si chiama “estensore delle dita”. Distendi quindi completamente un gomito e contemporaneamente, con l’altra mano, fletti il polso verso il basso.

Bonus: qualche video routine di seguire

Se ci hai preso gusto, o se come me ormai non puoi più farne a meno (non scherzo: dopo qualche giorno che “non mi muovo”, la sento tutta!), ti lascio qui qualche video che utilizzo per fare stretching o per migliorare la postura.

I link che ho messo qui sono tutti in inglese, ma non c’è bisogno di chissà quale preparazione linguistica per riuscire a seguirli. Mi raccomando, ricordati sempre di eseguire dei movimenti dolci e controllati, e che se qualcosa fa male è meglio fermarsi.

Questa breve routine (18 minuti) mi rimette sempre a nuovo quando ho mal di schiena:

Mentre questa la uso spesso per la parte alta della schiena e per le braccia:

In generale, come buona abitudine cerco di fare trovare sempre un po’ di tempo anche per questa breve routine, che punta a migliorare la postura. In questo video troverai anche alcuni degli esercizi che ti ho descritto poco fa.

Dopo questa carrellata di informazioni, lancio a te la palla (metaforicamente parlando): se fai stretching regolarmente e conosci qualche altro esercizio, o se questo articolo è stato utile per te, fammelo sapere nei commenti!

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Storie dell’errore, o del perché il fai da te va bene solo per il giardino di casa

E no, il titolo non è un refuso.

Sai che cos’è un brand blunder? E sai che c’entra la traduzione con la pubblicità e con la reputazione di un’azienda? Se la risposta è no a entrambe le domande, sei nel posto giusto.

Se la risposta è sì, questo articolo è ricco di aneddoti divertenti da tirare fuori a cena con gli amici, se capitate sul tema.

Ambrogio, non è proprio voler essere incomprensibile, è più voglia di… machine translation

Ti è mai capitato di scorrere la descrizione di un prodotto su Amazon, senza riuscire a capire cosa ci fosse scritto? Oppure di leggere del materiale che non filava abbastanza, si capiva che non era stato scritto in italiano, insomma, era l’equivalente per la lettura di un sassolino nella scarpa.

Tormeria, per la cronaca, non esiste in italiano. Doveva essere “curcuma”, dall’inglese “turmeric”.

E sto ancora cercando di capire che c’entra la “ciliegia biologica” con degli integratori a base di curcuma. Per non parlare di “organica”, uno dei false friend più diffusi. E per non parlare di – ok, basta, sennò qui parte un’esegesi biblica e ho altro di cui ti voglio parlare oggi.

Insomma, a meno che tu non sia il titolare di Nutravita (nel qual caso, sarei più che felice di aiutarti a sistemare quelle descrizioni!), e a meno che tu non abbia pagato a caro prezzo ciò che stai leggendo, questi sono casi in cui tutto sommato una traduzione fatta male non è costata direttamente nulla a nessuno.

Dico “direttamente” perché affidare la propria immagine e la propria comunicazione a un programma automatico o a un dilettante invece costa eccome: nel medio-lungo termine tantissime aziende finiscono per dare un’immagine negativa di sé, mostrando di non valorizzare abbastanza i propri clienti. 

Come si dice in inglese, casi come questi portano a “lasciare un sacco di soldi sul tavolo”. Il Committee for Economic Development (CED), un ente americano, ha stimato che ogni anno le aziende statunitensi perdono un potenziale pari a 2 milioni di dollari per incomprensioni linguistico-culturali.

Affidarsi a un dilettante per la propria comunicazione internazionale è come fare découpage su un mobile di antiquariato.

Oggi voglio parlarti di qualche caso in cui non sono stati solo lasciati un sacco di soldi sul tavolo, ma in cui l’aver ceduto al fai da te o alla gara a ribasso sul costo ha portato a pagare a caro prezzo una decisione del genere. Perché la traduzione automatica non può sostituire gli umani – questo non lo dice solo l’oste: lo dice anche Google. E un dilettante ti costerà sempre più di un professionista.

Ci sono passati un po’ tutti, da chi vende auto alle banche. Dirai, se c’è cascata persino gente come la Nike o la Electrolux, a me cosa vuoi che succeda? La differenza però è che tu magari non hai le risorse per rifare tutto da capo una seconda volta, mentre una grossa multinazionale leader del settore in qualche modo il budget lo tira fuori, come dimostrano le storie che ti racconto qui sotto.

Per esempio, HSBC ha dovuto cambiare completamente la propria campagna di comunicazione, dato che il claim “Assume Nothing” (“non dare nulla per scontato”) è stato tradotto in svariati paesi con l’equivalente di “Do Nothing” (“non fare nulla”). La campagna originale è stata cestinata, e la banca ha speso 10 milioni di dollari per rimediare a questo disastro mediatico – oltre a quelli spesi prima!

Scarpe da ginnastica e body shaming

Vogliamo parlare anche della Nike, che sulle proprie scarpe per il mercato cinese ha messo due caratteri, “發” e “福”, che da soli significano “prosperità” e “benessere”… ma che messi insieme in questa sequenza vogliono dire “essere ingrassati” in maniera educata?

Buone queste dita!

Poi c’è anche il colosso americano del pollo fritto KFC (Kentucky Fried Chicken), che si è reso conto di aver commesso un errore di traduzione clamoroso per il proprio nome. Questo era il motivo per l’andamento negativo sul mercato cinese dell’azienda. Da “finger lickin’ good” (“buono da leccarsi i baffi”) siamo passati a “eat your fingers”, ovvero “mangiati le dita”. 

Anche i giganti come Electrolux non sono immuni da brand blunder, o figuracce colossali che danneggiano la reputation e l’immagine di un’azienda. Probabilmente il “suck” dell’annuncio riportato nell’immagine voleva dire “aspirare”, dato che si parla di aspirapolveri. Il messaggio, rivolto al mercato americano, può essere però interpretato in due modi. Infatti “to suck” vuol dire “fare schifo” in slang. Il secondo invece è decisamente a natura più sessuale… lascio unire i puntini a te. 

La stessa cosa è successa alla General Electric, che ha provato ad entrare nel mercato francese con la sigla GPT. Per la pronuncia francese però l’acronimo si pronuncerebbe in maniera analoga alla frase “j’ai pété”, ovvero “ho emesso un peto”. Qui è proprio il caso di parlare di brain fart.

Lo scheletro nel bagagliaio

Infine c’è la Ford, che ha deciso di prendere di mira un’audience abbastanza specifica. La campagna per il mercato belga dell’azienda è passata da “Every car has a high-quality body” a “Every car has a high-quality corpse”. Come passare da “carrozzeria” a “cadavere” in poche, semplici mosse. Chissà come sono andati i KPI di quella campagna.

Che sia stato per tirare a risparmio e aver usato Google Translate o chi per esso, per aver scelto un dilettante come fornitore o per aver ceduto alla tentazione di far tradurre la propria campagna pubblicitaria al famoso cuggino, il denominatore comune è lo stesso: uno scivolone reputazionale che costa un sacco di soldi.

Insomma, se l’esperienza (anche quella indiretta) è un tesoro dal valore incalcolabile, questi casi fanno proprio scuola: il fai da te va bene solo per il giardino di casa, ma quando si parla di affari è meglio affidarsi a un professionista competente. E questi progetti un valore ce l’hanno sempre. Non fare il KFC di turno. Non andare in giro a vendere cadaveri nelle macchine.

Se hai bisogno di una consulenza o hai un progetto di marketing che devi far tradurre, non esitare a contattarmi… evita di dire ai tuoi clienti che sono ingrassati! 😉

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Come funziona il preventivo di un interprete

Che sia per un convegno, una conferenza, un evento aziendale o per supporto durante una fiera, ci sono svariate modalità di interpretariato, come ti racconto meglio in questo articolo, dove spiego anche come scegliere il servizio più adatto alle tue esigenze.

Oggi invece ti voglio spiegare come formula un interprete professionista il proprio preventivo, in modo tale da avere una chiave di lettura per quando ti servirà contattarne uno. 

Come anche per la traduzione, ci sono più variabili in gioco. Ecco i fattori principali che un interprete professionista prende in considerazione quando deve mettere in piedi un preventivo.

Di cosa stiamo parlando?

Fra una conferenza sulla ricostruzione non invasiva per la regione perioculare e un incontro di natura – ehm – meno tecnica c’è di mezzo il mare. Più un evento richiede studio e preparazione specifici, più la tariffa si alza. Questo ovviamente è un fattore soggettivo: io lavoro moltissimo in ambito finanziario, quindi non ho bisogno di studiare tutto da zero come ho già dovuto fare! Ma se per esempio dovessi prepararmi per un convegno legale dovrei studiare tantissimo, sottraendo tempo ad altri lavori.

Il tempo di studio e preparazione dell’interprete è uno dei fattori principali che influiscono sul preventivo. Non si sta mettendo a disposizione “solo” il tempo dell’evento per la durata del servizio, ma anche quello di studio individuale prima, che permette una resa eccellente in entrambe le lingue.

Non dirmi che è dopodomani.

Ovviamente, dato il punto di cui sopra, meno tempo c’è per prepararsi e più si dovranno fare le cose di corsa: anche questo è un fattore importantissimo. La stragrande maggioranza degli interpreti professionisti ha un proprio giro di clienti ed è già “prenotata” con un buon anticipo, quindi è importante dare un preavviso adeguato sia per la preparazione che per la disponibilità vera e propria alla prestazione del servizio.

Dove mi porti?

Spostarsi molto dal proprio domicilio professionale significa dover sostenere delle spese di trasferta (viaggio, vitto e alloggio) che saranno a carico del cliente. A queste si aggiungono, se del caso, dei costi extra. Il primo e più comune è il manque à gagner, un compenso da riconoscere all’interprete “quando debba impiegare buona parte di una giornata per recarsi sul luogo di lavoro o tornarne”, come ci spiega il sito dell’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti (AITI).

Se per esempio io abito a Milano e devo recarmi in Cina per lavoro, durante il viaggio non avrò la possibilità di lavorare: questo tempo e il mancato guadagno derivante dallo spostamento vanno calcolati assieme al committente. Poi c’è il jours chômés, ovvero le “giornate non lavorate nell’ambito di un incarico in sede diversa dal domicilio professionale dell’interprete”. Esempio concreto: se l’incarico fuori sede è dal mercoledì al venerdì ma il giovedì non si lavora, per dirne una.

Per me è arabo!

Come anche per le traduzioni, trovare interpreti che lavorino con delle combinazioni linguistiche rare è sempre più difficile rispetto a trovarne che lavorano con inglese, spagnolo, francese o altre lingue indoeuropee. Ma senza andare troppo lontano: spesso dei colleghi mi chiedono se conosco qualcuno che lavora con l’olandese, il bulgaro o il turco. Ovviamente è più difficile trovare interpreti che lavorano professionalmente con queste lingue, e di conseguenza il preventivo per le lingue rare tende ad essere più alto.

In che modalità?

Solitamente, la simultanea costa più della consecutiva o della trattativa, dato l’enorme sforzo cognitivo che c’è dietro alla traduzione in tempo reale. Non che passare una giornata a tradurre da una lingua all’altra sia una giacchettata, come si suol dire, ma una consecutiva o una trattativa sono sicuramente meno impegnative da un punto di vista squisitamente cognitivo-cerebrale rispetto a una simultanea.

Se poi vogliamo andare ulteriormente nel dettaglio, nella categoria della simultanea esistono altre tre modalità: il lavoro in bidule, la simultanea da remoto e in chuchotage. Nel primo caso, si evita la spesa delle cabine ma l’interprete si trova comunque in sala con i partecipanti, prendendo l’audio comunque dal microfono dell’oratore e parlando a sua volta in un microfono, e i partecipanti hanno la cuffia.

Questo però rimuove uno dei migliori amici dell’interprete dall’equazione: l’isolamento acustico, che è essenziale per ricevere un input il più “pulito” possibile. Questo potrebbe comportare un aumento nella tariffa proposta dall’interprete, che si trova a lavorare in condizioni più onerose. Lo stesso vale per lo chuchotage, una simultanea sussurrata in cui l’interprete riceve addirittura il cosiddetto “audio di sala” e deve sussurrare in tempo reale la traduzione ai pochi beneficiari del servizio. La simultanea da remoto, invece, ha il vantaggio di eliminare tempi e costi di spostamento, ma non comporta una diminuzione per il costo del servizio in sé.

Prima e dopo.

I servizi all’infuori dell’orario lavorativo di base, come l’accompagnamento di gruppi o le cene o pranzi in cui si richiede la presenza e il servizio dell’interprete, vanno calcolati a parte. Lo stesso vale per l’overtime: come spesso succede, ci sono degli imprevisti e si va lunghi (penso di non aver mai visto una conferenza finire in orario…). Di solito si inserisce quindi una voce a parte nella lettera di incarico che indica la tariffa oraria extra affinché l’interprete continui a prestare il proprio servizio.

Questo non vuol dire che si può comunque andare avanti ad infinitum: ripeto, interpretare è un lavoro stancante, e dopo un tot di minuti o ore consecutive di lavoro la qualità della resa scende. Allo stesso modo, se viene richiesto di tradurre del materiale (presentazioni, filmati, documenti), anche questo servizio viene preventivato a parte. Infine, se il cliente vuole fare un briefing day per discutere di questioni terminologiche o, per esempio, per fare il sound check con l’attrezzatura… sì, hai indovinato: anche questo si calcola a parte: è sempre tempo da dedicare ad attività diverse dalla prestazione strettamente detta.

Registrazioni e trasmissione in diretta.

Le registrazioni audiovisive della resa dell’interprete comportano una maggiorazione percentuale sul costo della prestazione. La percentuale, da calcolare e concordare caso per caso, dipende dall’uso che si farà del materiale registrato.

Come puoi immaginare, un conto è lavorare sapendo che la fruizione del proprio discorso è momentanea; sapere che le proprie parole verranno registrare e/o trasmesse da qualche parte mette tutto un altro tipo di pressione, che non tutti potrebbero accettare.

Spero di averti dato un’idea di quali sono gli elementi principali che vanno a finire nel calderone che è il preventivo per un servizio di interpretariato. Se hai altre domande o vuoi dirmi la tua, contattami o lasciami un commento qui sotto! 

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Interpreti fantastici e dove trovarli

Nell’era della globalizzazione e in un momento storico in cui sempre più lingue, culture e nazionalità si incontrano, è sempre più importante essere in grado di comunicare efficacemente con la propria audience. E se il nostro pubblico target non parla la nostra lingua – e noi non parliamo la sua – c’è bisogno di rivolgersi a un professionista, onde evitare figure barbine o disastri comunicativi.

Sì, so cosa stai pensando: ma dove lo vado a pescare un professionista di un settore che non conosco assolutamente? Come funziona? Ma ho bisogno del traduttore simultaneo per questo incontro, per la conferenza, per la fiera? 

Intanto, no, non hai bisogno del traduttore – a meno che tu non debba tradurre un testo. Quelli che di solito trovi in fiera o a un evento multilingue è l’interprete! Ma non ti preoccupare, confondono tutti queste due figure professionali, che sebbene a volte si intreccino non fanno esattamente la stessa cosa.

Nel settore dei servizi linguistici, ci sono delle differenze a volte sottili ma essenziali fra  i servizi offerti da un interprete. Con questo articolo voglio aiutarti a capire meglio quali sono, in modo che tu possa prendere una decisione informata quando ti troverai a dover contattare un professionista.

L’interprete di simultanea, questo invisibile sconosciuto

Hai presente quelle piccole radioline con cuffie che sono spesso disponibili all’ingresso di una sala conferenze? Ecco, significa che all’evento a cui stai partecipando è disponibile un servizio di interpretazione simultanea. Questo vuol dire che mentre l’oratore parla l’interprete, nella cabina, traduce in tempo reale ciò che viene detto.

Se ci hai mai fatto caso, avrai visto due persone in cabina. I simultaneisti lavorano sempre in coppia, perché è un lavoro mentalmente oneroso che richiede di darsi il cambio frequentemente al fine di assicurare una resa di qualità per tutta la durata dell’evento.

Se devi organizzare un evento con più oratori stranieri, o dove una buona parte del pubblico non parla né capisce la lingua principale dell’evento, contattare dei simultaneisti può aiutarti a risparmiare tempo prezioso: sappiamo tutti che i casi in cui una conferenza inizia in orario e finisce nei tempi previsti sono più unici che rari.

Se la simultanea fa risparmiare moltissimo tempo, è anche vero che richiede un impianto tecnico che può risultare costoso: gli interpreti in simultanea lavorano nelle cabine insonorizzate, che sono essenziali per isolarsi dal rumore che proviene dalla sala e per non disturbare a loro volta quando parlano. Esiste anche la possibilità di lavorare in bidule, ma di questo ti parlo meglio in un articolo a parte. E non dimentichiamo anche l’interpretazione simultanea da remoto (se non sai che cos’è, te ne parlo meglio qui).

Prima io, poi tu – la consecutiva

Mettiamo invece che al tuo evento o conferenza ci sarà soltanto un oratore straniero o due/tre ospiti stranieri nell’audience: in questo caso è possibile pensare di contattare un interprete di consecutiva. Come funziona? Ti sarà capitato sicuramente di andare a un evento in cui l’oratore straniero parlava e di fianco a lui/lei era seduto l’interprete, che scribacchiava sul suo blocchetto di appunti e iniziava a tradurre il discorso non appena l’oratore si interrompeva. Al contrario, se gli ospiti stranieri si trovano fra l’audience, l’interprete fa una sorta di simultanea sussurrata (in gergo, chuchotage). 

Questa modalità di interpretazione ha i suoi pro e i contro. Il primo pro è sicuramente che virtualmente non c’è bisogno di impianti audio complicati e costosi, poiché l’interprete in questo caso ha solamente bisogno di un microfono, di un piano di appoggio (possibilmente!) e di un blocchetto per prendere appunti. Questa modalità di interpretazione va bene per degli eventi in cui vi siano pochi stranieri fra i partecipanti.

Tuttavia, oltre a comportare un dispendio maggiore di tempo, si presenta un problema non da poco quando c’è da fare l’interpretazione sussurrata di cui ti ho parlato prima: non avendo una fonte di audio pulita, isolata dai rumori di fondo, ci sono molte interferenze fra ciò che l’interprete sente e ciò che dovrebbe sentire e basta. Lo stesso vale per chi ascolta la resa in chuchotage: ascoltare qualcuno che ci bisbiglia nelle orecchie con sotto il rumore di fondo della sala è tutta un’altra storia rispetto a sentire un discorso in cuffia.

Alla fiera dell’est – l’interprete di liaison

Se invece hai intenzione di partecipare a una fiera internazionale, dove ci saranno espositori provenienti da ogni dove, l’interprete che fa al caso tuo è quello che “noi del settore” definiamo come di liaison, ovvero di “collegamento”. L’interprete si muoverà con te nella fiera, traducendo il tuo messaggio verso la lingua straniera e viceversa. Questo è uno dei casi più semplici e intuitivi: non c’è bisogno di dirti molto altro.

Negoscièscion – l’interprete di trattativa

Infine, se stai organizzando un incontro aziendale o se riceverai una visita da parte di potenziali partner stranieri, quello che fa al caso tuo è sicuramente l’interprete di trattativa. In questo caso, l’interprete sarà presente con tutti i partecipanti al tavolo o durante il giro in azienda, per fare un esempio concreto, e tradurrà il discorso da e verso la lingua straniera.

Anche in questo caso, specialmente se si tratta di eventi lunghi, è essenziale avere  sempre due interpreti al fine di garantire la miglior qualità possibile e di permettere loro di riposare fra una resa e l’altra. Un po’ diverso è il caso dell’incontro aziendale: se è di breve durata, potrebbe bastare anche solo un interprete.

Spero di aver chiarito, con questa breve panoramica, quali servizi offre un interprete e in che modo possono fare al caso tuo. Se hai ulteriori domande o vuoi dirmi la tua, lasciami un commento o contattami!

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When a door closes, another one opens quote

Chiusa una porta…

…se ne apre un’altra.

Così recita il famosissimo detto di Alexander Bell, l’inventore e scienziato passato alla storia per aver brevettato il primo telefono funzionante.

In realtà, quella che è diventata un’espressione popolare anche in italiano continua diversamente – e per la precisione, in italiano è diventata “chiusa una porta, si apre un portone”:

When one door closes another door opens; but we often look so long and so regretfully upon the closed door that we do not see the ones which open for us. (Alexander Graham Bell)

Quando si chiude una porta, se ne apre un’altra; ma spesso guardiamo così a lungo e con così tanto rammarico alla porta chiusa da non vedere quelle che ci si aprono davanti (traduzione libera mia).

E in questo periodo di porte chiuse ne sto vedendo tantissime, metaforicamente e non. Il Covid-19 ha avuto – e sta tuttora avendo – conseguenze devastanti per l’economia mondiale, ma in particolare l’Italia sta risentendo moltissimo dell’arresto quasi totale e forzato dell’economia durante gli ultimi mesi.

Oggi voglio fare un’ode alla vulnerabilità, alla salute mentale e al fare i conti con il fatto che sì, magari ora le cose non vanno alla grande, ma c’è da tenere duro. Ritengo sia importante dire le cose come stanno e non cedere alla tentazione di piangersi addosso, o peggio ancora di diventare succubi della positività tossica tendente al negazionismo. Andrà tutto bene? Boh, non lo so. Forse andrà meno peggio del previsto, e a me tanto basterebbe.

Le persone hanno ancora paura, si esce ancora poco, tante attività commerciali stanno facendo fatica ad andare avanti. Per moltissimi liberi professionisti, quest’emergenza sanitaria ha significato un sostanziale o addirittura totale crollo del lavoro: penso al mio settore, ma anche al mondo degli eventi e al turismo.

La situazione è difficile, e nonostante durante i primi mesi di lockdown il lavoro non mi sia mancato, le ultime settimane sono state più silenti da questo punto di vista. Inizialmente è stato divertente, non lo nego. Ma da qualche giorno a questa parte inizio ad avere un formicolio nelle dita e sento la mancanza di immergermi nel lavoro come prima. E, di fatto, un po’ di paura ce l’ho anch’io.

Credo fermamente nel mantenere la calma e l’ottimismo, nonostante siano circa due settimane che dalle mie parti non fa che piovere – e questo non aiuta – e la situazione sia oggettivamente difficile. Tuttavia, se c’è qualcosa che questa pandemia ci ha insegnato è che, volenti o nolenti, viviamo in un mondo intrinsecamente interconnesso e globalizzato.

Ci sarà sempre bisogno di noi interpreti e traduttori, ci sarà sempre bisogno della nostra voce, delle nostre parole e del nostro agire come ponte di connessione fra culture e lingue diverse. Tant’è che molte attività si sono attrezzate per lavorare con la simultanea da remoto, esperienza che io stessa ho fatto durante la quarantena.

So che la situazione è difficile per tanti altri colleghi e colleghe, così come per tanti altri liberi professionisti che lavorano nei settori maggiormente colpiti da questa pandemia. So anche però che è difficile ammettere di non stare lavorando granché, perché tendiamo sempre a non voler mostrare il fianco e a dipingere un’immagine il più forte e lusinghiera possibile sui social media. È anche giusto così, ma l’immagine non è tutto.

Negli ultimi giorni ho riflettuto parecchio se scrivere o meno un post del genere. Alla fine ho deciso di farlo, sia perché ho sempre trovato catartico l’atto di scrivere e affidare a un foglio i miei pensieri, sia perché credo che uno degli aspetti meno discussi di questo ultimo periodo sia la salute mentale e la sua importanza, sia in generale che nella situazione in cui ci siamo trovati tutti.

Durante questi mesi, ho imparato a fare un sacco di cose nuove. Ho potuto dedicarmi anima e corpo alla cucina, una passione che normalmente ho poco tempo per coltivare. A coltivare qualcosa non ho proprio provato, sia perché non ho lo spazio adatto per farlo, sia perché non sono propriamente nota per il mio pollice verde. In compenso, però, ho fatto partire il mio lievito madre: c’è un che di rassicurante nel curare e coccolare il mio piccolo blob di acqua e farina, come lo chiamo io. E non ti dico che soddisfazione poi il pane fatto in casa.

Ho ripreso a fare esercizio a casa con costanza, andando a sostituire le lunghe passeggiate che prima mi godevo nel verde. Vuoi per la quarantena e le misure restrittive imposte, vuoi perché – vedi sopra – non fa altro che diluviare da due settimane a questa parte, trovare un momento durante la giornata in cui stacco del tutto e faccio piangere i muscoli è terapeutico. Ho letto anche una quantità industriale di libri, sia per lavoro che per piacere personale.

Ma nel mentre ho anche portato avanti tantissimo lavoro ‘non fatturabile’, ovvero tutte quelle attività che esulano da ciò che finisce poi nelle fatture. Ho riordinato le mie memorie di traduzione, ripulito il PC, ho frequentato due corsi di formazione specifici per la traduzione in ambito finanziario, continuato a studiare marketing e ultimato il “Progetto WWW” – il sito su cui mi stai leggendo ora.

Per non parlare dei webinar, ho fatto decisamente indigestione anche di quelli. Ho scritto un sacco di articoli per i prossimi mesi e preparato tanti materiali che poco a poco vedranno la luce. Ho cercato di guardare avanti, perché guardare solo al presente in certi momenti sarebbe stato decisamente deprimente.

Insomma, si tratta di avere pazienza e di mantenere i piedi ben saldi a terra e lo sguardo verso l’orizzonte. Nonostante le oggettive difficoltà e problematiche, nonostante le prospettive non siano esattamente fra le più rosee, è importante guardare oltre e pensare a quali sfide e opportunità ci troviamo davanti.

Quindi se anche tu che mi stai leggendo hai avuto un’esperienza simile alla mia, tieni duro. Spero che la cosa peggiore che ti sia capitata negli ultimi mesi sia stata il dover stare chiuso/a in casa e basta. Il peggio è passato: ci aspetta un periodo difficile, ma finché ci prendiamo cura di noi stessi e continuiamo a guardare avanti, ce la possiamo fare.

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Cuffie per interpretariato

L’interpretariato da remoto ai tempi del Coronavirus

Come l’interpretariato da remoto può attutire il colpo per gli interpreti ai tempi del Coronavirus

Il Covid-19 ha presentato un conto molto salato all’Italia e agli italiani. Dal turismo alla ristorazione, dal settore della logistica al commercio al dettaglio, ad oggi (5 giugno) vi sono oltre 234.000 casi confermati. L’emergenza sanitaria ha quasi paralizzato il Paese da inizio marzo a metà maggio, e solo ora si iniziano a intravedere le prime vere conseguenze economiche del Coronavirus.

Un altro aspetto, meno considerato ma non per questo meno grave, è quello relativo ai convegni e l’export. Per un sistema economico che già a malapena si reggeva in piedi da solo, la situazione non è di certo rosea.

Insieme a tanti altri liberi professionisti e aziende che gravitano attorno al mondo degli eventi, gli interpreti freelance sono stati particolarmente colpiti dalla crisi sanitaria, dato che molti congressi sono stati cancellati o rinviati fino all’autunno, nel migliore dei casi.

Secondo gli scenari di impatto presentati da Banca d’Italia a maggio, nel primo trimestre del 2020 il PIL italiano ha registrato una flessione del 4,7%. Per il 2020 nella sua totalità si stima un calo del prodotto interno lordo fra il 6 il 15%. A rendere così ampia la forbice di stima è l’incertezza che pesa sul Bel Paese, nonché su tutta la zona euro.

Ed è proprio questo fattore, l’incertezza, a generare una sempre crescente volatilità anche sui mercati finanziari. Durante questi mesi di dubbi e timore, sia l’indice di fiducia delle imprese che quello dei consumatori è crollato ai minimi storici.

L’interpretariato da remoto: la nuova normalità?

A livello mondiale, i Paesi che sono riusciti ad appiattire la curva epidemiologica si stanno addentrando in una nuova fase, la “nuova normalità”, e il lavoro da remoto sta assumendo un ruolo sempre più importante per la normale operatività di moltissime aziende.

Negli ultimi giorni ho riflettuto molto su questa questione, dato che ho dovuto affrontarla in prima persona quando uno dei miei clienti ha richiesto un servizio di interpretariato simultaneo a distanza (RSI, Remote Simultaneous Interpreting).

La confusione generalizzata causata dal Coronavirus era palpabile ovunque. Non potevamo più recarci in azienda e lavorare come avevamo sempre fatto, ma c’era comunque bisogno del nostro servizio. Così abbiamo messo in piedi un sistema che ci ha permesso di effettuare comunque l’incontro, sfruttando l’interpretazione simultanea da remoto – una delle forme di interpretariato da remoto (RI) che è possibile svolgere.

Sarò sincera. Ero scettica, anche se mi piace un sacco la tecnologia. Adoro tutto ciò che abbiamo ottenuto finora grazie alle nuove tecnologie, ma so che c’è ancora molta strada da fare, e un sacco di cose potrebbero andare storte quando non si è presenti fisicamente. Ero decisamente timorosa – ci sarebbero potuti essere problemi tecnici, la qualità del suono in ingresso o in uscita avrebbe potuto essere pessima e io e il mio compagno di cabina non avremmo avuto molte alternative, essendo ognuno a casa propria.

Di quali strumenti avvalersi?

Tuttavia, esistono tantissimi modi di svolgere l’interpretariato da remoto. Esistono piattaforme online (come KUDO o Ablioconference) fatte su misura per la simultanea da remoto, e di recente la piattaforma Zoom ha introdotto una modalità per l’interpretazione. Dal punto di vista di un interprete, credo che la sfida più grande sia quella di trovare un modo per comunicare con il proprio compagno di cabina, qualora la piattaforma scelta non sia provvista di una chat a uso esclusivo degli interpreti. Nel mio caso, per esempio, io e il mio collega abbiamo comunicato tramite chat privata.

E vi dirò la verità: ci siamo decisamente goduti la libertà di stare a casa propria e non doverci vestire formalmente, di poter fare una pausa caffè al volo e di avere la nostra scorta di acqua e spuntini (che di solito sono limitati in cabina, per ovvi motivi).

La cabina, per quanto sia l’ambiente ottimale per svolgere una simultanea, è tendenzialmente piccola e non permette un adeguato distanziamento sociale: è impensabile, al momento, tornare a lavorare come abbiamo sempre fatto fino a pochi mesi fa. 

Alla fine è andato tutto liscio come l’olio e mi è piaciuta l’esperienza, nonostante l’abbia trovata decisamente più stancante e impegnativa di un interpretariato di persona. Ma il messaggio che mi sono portata a casa a fine giornata è stato che avere un’alternativa, una soluzione di emergenza che permetta agli interpreti di fornire un servizio di interpretariato da remoto può garantire di continuare a fornire i nostri servizi anche durante la crisi sanitaria.

Nonostante dovremo ancora aspettare prima che tornino le grosse fiere o convegni internazionali, o anche i tour in fabbrica che richiedono servizi di interpretariato, la l’interpretariato da remoto può essere un’eccellente alternativa di riserva per le aziende che hanno comunque bisogno di un servizio di interpretariato da remoto ma che devono limitare l’accesso al personale non essenziale o ai fornitori esterni.

La tecnologia: un valido alleato

So anche che questa non è e non può essere una panacea per tutti i mali che l’Italia sta affrontando al momento, ma credo che possiamo e dobbiamo cercare di far funzionare la tecnologia in questi casi. È rischioso – bisogna pianificare pensando al peggio e pensare a un’altra (!) soluzione di backup nel caso in cui la prima soluzione di backup fallisca. Potrebbe essere necessario un piccolo investimento se si vuole fare simultanea da remoto regolarmente (cuffie USB e microfono di livello professionale, o aumentare la RAM del laptop, per esempio).

Importantissima è anche la qualità della connessione che si utilizza. Ci si trova costretti a ripensare l’ambiente in cui si andrà a lavorare, tentando di simulare una cabina. Per esempio, se si lavora da casa, niente animali domestici o bambini in giro. Ci si deve assicurare che nessuno suoni alla porta, e sarebbe meglio evitare di avere altre persone attorno in generale. Se poi si è maniaci del controllo come me, è probabile avere in giro anche un cavo Ethernet per garantire la stabilità della connessione e un generatore di corrente aggiuntivo nel caso in cui si presenti uno scenario stile apocalisse mentre stai lavorando…

L’importanza del cadere sempre in piedi

A parte gli scherzi, credo che il ricorso alla RSI potrebbe attenuare il colpo che molti interpreti hanno subito nelle ultime settimane a causa del rinvio o della cancellazione di molti eventi. Come detto, l’epidemia ha colpito soprattutto la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna. Oltre a contribuire al 50% circa delle nostre esportazioni, queste sono le tre regioni italiane in cui si svolge la maggior parte degli eventi commerciali e non istituzionali. La sola Lombardia è la prima regione italiana per numero di aziende, quindi si può ben immaginare come questa epidemia abbia gettato scompiglio nell’economia della regione. Anche se molti dei nostri clienti potrebbero essere reticenti – e lo capisco, lo capisco davvero – spetta anche a noi presentare una proposta che renda più facile sia la loro che la nostra vita.

Mentre le aziende più grandi hanno probabilmente un’unità di crisi o un piano di emergenza per quando le cose vanno storte, le PMI potrebbero non avere le stesse risorse. A mio parere, in quanto fornitori di servizi, dobbiamo individuare ogni giorno soluzioni pratiche e praticabili per i nostri clienti – e ancora di più in uno scenario di crisi come questo. 

Nel complesso, le cose stanno cambiando di giorno in giorno, e non c’è dubbio che l’economia italiana abbia subito – e probabilmente soffrirà ancora nei mesi a venire – una notevole battuta d’arresto a causa del Coronavirus. Ma questo è il gioco e queste sono le sue regole, e dobbiamo trarre il massimo da questa situazione. Come ho detto prima, per il momento non c’è molto che possiamo fare a parte aspettare – sperando di continuare a lavorare da casa. Anche se questo vuol dire addentrarsi in un territorio inesplorato, come quello dell’interpretariato da remoto.

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